In Criminologia, da sempre, si è cercato di comprendere le ragioni alla base di determinate azioni antigiuridiche ed antisociali. Dopo i quasi due secoli nei quali la criminalità veniva definita come frutto del libero arbitrio, con il classicismo, e come conseguenza degenerativa atavica, con il positivismo. Nel corso dei primi secoli del ‘900 si andò via via sviluppano una nuova corrente di natura sociologica che mosse i suoi primi passi nella Chicago degli anni ’20 e ’30. Questo nuovo approccio si prometteva di considerare la criminalità non solo nella sua componente psicologico-individuale, ma anche, e soprattutto, come frutto del contesto sociale sovente disagiato in qui il soggetto viveva.

La Sociologia della Devianza, come disciplina afferente all’indirizzo sociologico, si occupa dello studio e della descrizione non solo del singolo soggetto, ma soprattutto della rappresentazione sociale e della realtà deviante come prodotto dell’interazione del singolo con l’ambiente, e per alcuni autori della costruzione sociale della devianza (approccio costruttivista).

Possiamo definire la devianza, infatti,come un atto contrario a norme condivise in un dato contesto sociale. In sociologia inoltre vanno distinte due diverse correnti teoriche di studio della devianza: le teorie eziologiche, che si occupano della ricerca cera e propria delle cause della criminalità; e quelle del controllo sociale, che si concentrano invece sulla reazione sociale alla devianza, ovvero sugli aspetti più propriamente collettivi. La violazione di regole normative e delle aspettative del sistema sociale assume una connotazione negativa cosicché si verifica una vera e propria attribuzione di senso ad opera del sistema sociale e riferite a quelle condotte che non rientrano un una situazione di conformità, ovvero che non seguono il comportamento della maggioranza. In altre parole si potrebbe parlare di deviazione standard come risposta deviante al comportamento sociale medio.

È da premettere che non sempre un atto deviante è da considerare come criminale, dal momento che con devianza sociale non ci si riferisce propriamente alla violazione di norme penali (o morali), ma solo sociali. Tanto che la punizione di un comportamento deviante non deve per forza essere associata all’idea di pena, ma ad una “semplice” sanzione sociale. Alcuni frequenti comportamenti di contestazione o di negazione del ruolo sociale, ad esempio rientrano nella categoria appena descritta, dove la condotta che devia dalla norma potrebbe essere caratterizzata da un rifiuto ideologico. Quello che è importante sottolineare è che è la società a definire la devianza, ed in particolare la reazione sociale che pone il divario fra comportamento deviante o conforme.

Dopo questa breve premessa metodologica possiamo passare alla disamina delle correnti sociologiche che si sono interessante alla definizione della devianza, solitamente come violazione della norma che ha come risultato una sanzione giuridico-penale.

Già nel XVIII secolo Cesare Bonnesana Marchese di Beccaria (1738 – 1794) e la Scuola classica del diritto penale iniziano ad interessarsi alle influenze sociali che possono condizionare o determinare la condotta antisociale; che potremmo definirla in ambito sociologico come quella che nella scienza di diritto penale viene definita come condotta antigiuridica, ovvero come la vera e propria violazione della norma giuridica.

Beccaria sostene che l’ordine sociale è il prodotto di un contratto sociale e che la violazione di questo stato debba essere considerata come frutto della volontà del soggetto agente, il quale agisce dotato di libero arbitrio e quindi la punizione di tale condotta debba essere funzionale non solo alla punizione del singolo soggetto deviante ma anche finalizzata al mantenimento dell’ordine pubblico.

Cesare Beccaria fu tra i primi a parlare di certezza della pena; secondo l’autore infatti non era tanto la severità della pena ad avere effetti positivi, quanto la sua certa applicazione.

Con il determinismo positivo (Lombroso, Ferri, Garofalo) il crimine e la devianza iniziano ad essere esaminati come fenomeni sociali, ed il loro manifestarsi viene ricondotto a cause ataviche. Alla base della teoria positivista, infatti, vi era la concezione che i criminali non delinquono per atto cosciente e libero di volontà, ma perchè hanno tendenze devianti, tendenze che si originano in una struttura fisica e psichica diversa dall’uomo normale.

Lo stesso Cesare Lombroso (1835 – 1909) individuò alcune categorie peculiari di criminali come ad esempio: il delinquente nato, il criminale epilettico, il delinquente per impeto passionale, il delinquente pazzo, e il delinquente occasionale.

Secondo Emile Durkheim (1858 – 1917), esponente della corrente funzionalista riconosciuto come padre della Sociologia insieme ad August Comte (1798 – 1857), il delitto era un fatto sociale normale.

Durkheim individuò nell’anomia un processo caratterizzato da elementi di disorganizzazione del sistema sociale. Le cause della devianza sono sociali, e quindi radicate nella società, e si manifestano attraverso la violazione di sentimenti collettivi. La società attraversa fasi cicliche che possono portare ad un aumento o ad una diminuzione della disorganizzazione sociale e quindi dell’anomia. Nella sua opera più famosa sulle cause del suicidio Durkheim lesse la società come “vittima” della devianza.

L’anomia, inoltre, nella nota distinzione durkheimiana fra società organica e società meccanica, risulta essere individuabile nella differenziazione fra mete individuali e norme sociale, inversamente proporzionale al concetto di solidarietà (i concetti che l’autore introdusse furono quelli di solidarietà organica e meccanica). Questo fa si che la devianza, come trasgressione della norma sociale, sia caratterizzata da una violazione di una norma morale fortemente radicata nella società e dalla quale ne scaturisce una reazione punitiva.

Secondo Talcot Parson (1902 – 1979) la lettura del fenomeno deviante deve essere associato ad un mancato adattamento sociale. Secondo la corrente struttural-funzionalista, infatti, l’azione sociale era caratterizzata da regole e norme, e la conformità consiste proprio nella assunzione di quest’ultime mediante processi di interiorizzazione della componente culturale. La formazione della personalità segue processi di socializzazione ovvero modelli di comportamento. La società, inoltre, stabilisce sanzioni negative o positive per coloro i quali non si adattano a queste aspettative sociali. Nella sua teoria dei sistemi caratterizzata dalla presenza di un sistema sociale,un sistema psichico, un sistema culturale ed uno biologico, individua la devianza nella risposta alla disattesa adesione alle aspettative sociali proprie di un sistema, ed in particolare alla mancata interiorizzazione delle norme e dei valori culturali che il sistema sociale impone al soggetto durante i processi di socializzazione.

Robert K. Merton (1910 – 2003) riprende il concetto di anomia di Durkheim e lo applica al conteso culturale ed alla natura delle strutture sociali. Secondo l’autore, infatti, l’anomia nasce da un divario fra le mete condivise socialmente a cui ogni soggetti aspira e i mezzi adottati al fine di raggiungerle. L’incapacità del soggetto di raggiungere una metà è secondo l’autore la causa della condotta deviante. In particolare Merton individua le seguenti categorie sociali: conformità, innovazione, ritualismo, rinuncia e ribellione. Come risposte soggettive alle pretese sociali.

La Scuola di Chicago o Scuola Ecologica si sviluppa negli Stati Uniti negli anni ’20-’30 dello scorso secolo ed individua le cause della devianza nel tessuto sociale urbano ed in particolare nell’assenza di coesione sociale e nella disorganizzazione sociale. Gli studi ecologici urbani hanno individuato come lo scenario metropolitano segua livelli di espansione concentriche, e in alcune di queste aree si sviluppino maggiori tassi di criminalità. Metita una citazione anche l’interessante ricerca dei suoi sociologi William Thomas e Florian Zaniecki sul rapporto fra immigrazione e disagio sociale, nell’opera “Il contadino polacco in America”.

Un ulteriore ambito di ricerca è ravvisabile nello studio delle Sub-culture devianti come risultato di risposte alla deprivazione sociale; argomento approfondito in seguito da Cloward e Ohlin sulle opportunità di accesso ai ruoli illegittimi nelle sub-culture. I due autori individuarono in particolare tre tipologie di sub-cultura presenti all’interno di quartieri dove le opportunità illegittime sono il frutto di processi di differenziazione sociale e l’accesso ai ruoli sociali legittimi non è alla portata di tutti.

Quella criminale, caratterizzata dalla possibilità per i suoi appartenenti di accedere ad una carriera delinquenziale, mediante veri e propri periodi di apprendistato criminale; quella conflittuale caratterizzata dal “doppio fallimento” e dal ricorso alla violenza come risposta sociale; e da quella astensionista, contraddistinta dal rifiuto sociale e dal ricorso alle sostanze stupefacenti.

Il sociologo americano Edwin H. Sutherland (1883 – 1950), teorico dell’ associazione differenziale, parlò di devianza in relazione al complesso persona-situazione nel momento in cui si manifesta l’azione criminale. Il comportamento criminale, inoltre, viene appreso nell’interazione con le altre persone mediante la comunicazione; in particolar modo all’interno di un gruppo ristretti di soggetti.

L’autore si occupò anche dello studio della cosiddetta “criminalità dei colletti bianchi”, una forma di devianza sociale caratterizzata dalla criminalità di natura economica perpetrata dalle classi sociali più elevate.

Deviante è ciò che viene definito dal contesto sociale come tale, almeno secondo il paradigma della costruzione sociale della devianza. La prospettiva costruttivista nasce dalla concezione che la realtà è socialmente costruita, ovvero ogni azione tanto del singolo che della collettività assume un significato a seconda del contesto in cui si sviluppa. Sono gli individui a dare senso alle azioni, azioni che vengono legittimate dall’osservatore.

I teorici dell’etichettamento o del labeling approach, fra i quali possiamo trovare Becker, Lemert e Matza, vedono la devianza come il frutto di processi di stigmatizzazione sociale, ovvero come attribuzione di vere e proprie “etichette” al soggetto che compie azioni non conformi al sistema sociali. Da queste si sviluppano forme di adattamento, quando il soggetto riorganizza la propria identità a seconda di queste etichette attribuite istituzionalmente.

Quindi a questo punto si passa all’individuazione di quella che viene comunemente definita come devianza primaria, ovvero all’ azione antisociale vera e propria in contrapposizione a quella secondaria in quanto frutto della reazione sociale.

Lo stesso Edwin Lemert (1912 – 1996) distingue la devianza primaria, come atto non conforme, da quella secondaria, come mezzo di difesa, di attacco, o di adattamento ai problemi sociali creati dalla primaria.

Secondo Erving Goffman (1922 – 1982) l’adattamento primario, ovvero l’attività di collaborazione del soggetto con l’istituzione si differenzia da quello secondario in quanto condotta attraverso la quale un membro della società usa mezzi ed ottiene fini non legittimi. L’autore si è interessato, inoltre, delle forme di istituzioni totali (come ad esempio le carceri), arrivando a considerare la devianza come frutto del controllo sociale esercitato da quest’ultime. Studi simili sono stati compiuti in Francia da Michel Foucault (1926 – 1984) nella famosa opera “Sorvegliare e punire: nascita della prigione”.

David Matza, quale esponente del naturalismo, considera il processo attraverso il quale si forma la devianza, individuando i concetti di affinità, ovvero la predisposizione all’agire deviante; l’affiliazione, il processo attraverso il quale un soggetto è socializzato a seguire una determinata norma; e la significazione cioè la messa al bando del soggetto dall’attività in cui è impegnato.

Infine, secondo l’approccio etnometodologico, il quale si occupa dei procedimenti più comuni che si possono individuare nella quotidianità al fine di dare coerenza e comprensibilità ai comportamenti. L’azione deviante non va considerato solo nelle sue cause interne e dalle conseguenze. Ma dalla sua convenzionalità, ovvero un atto per essere deviante deve avvenire all’interno di un contesto che permetta un alternativa al suo compimento, e la teoreticità, cioè il fatto che l’atto sia commesso da un soggetto che ne conosce le alternative, visto che la società si crea dalla costante attività dei suoi membri e non dalla cause e conseguenze di queste attività.

Infine per riassumere possiamo, come per altro già fatto in precedenza, suddividere gli studi sociologici sulla devianza in due categorie. Da una parte abbiamo autori come Durkheim, Parsons Merton che considerano la devianza come prodotto dell’instabile equilibrio del sistema sociale. Dall’altra vi sono gli etnometodologi, i teorici dell’etichettamento ed anche il Marxismo con gli studi sul conflitto di classe che introducono un paradigma diverso, basato sulla attribuzione di senso. La devianza, infatti, nasce dal significato che la società attribuisce ad un atto considerato non conforme in quanto frutto di un costruzione sociale e quindi un prodotto artificiale.

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