Tutte le volte che si apprende la notizia di un reato compiuto da un serial killer, subito ci si domanda, interpretandosi su questa figura, come mai si diventa “serial killer”. Questo soggetto non è l’ individuo che un giorno si sveglia, impazzisce e comincia ad ammazzare altri individui. Il suo comportamento è frutto di una storia di molte e svariate esperienze traumatiche.

"Anche se è difficile generalizzare, nella loro esistenza ci sono delle costanti. Alcuni sono stati maltrattati e abusati da bambini. Tutti quanti hanno un passato freddo e vuoto oppure un’infanzia priva di calore e di sentimenti", asserisce il Prof. Ugo Fornari. Non esiste un’ unica causa, difatti, che possa trasformare un soggetto in un assassinio seriale, ma una serie di fattori sociali, psicologici, comportamentali e biologici. Le motivazioni che spingono un individuo a compiere gesti violenti ed efferati nascono come una manifestazione di patologia. Criminologi, psicologi e psichiatri sono d’accordo nell’affermare che spesso alle spalle di un pluriomicida si può celare un grave trauma vissuto in età infantile o preadolescenziale, difatti il comportamento omicidiario seriale può essere il punto di arrivo di un lungo percorso, attraverso il quale il soggetto attraversa vari stadi. Perno centrale, per questi soggetti, sono le esperienze traumatiche vissute nell’ambiente familiare di provenienza. Spesso la famiglia in cui cresce un individuo che nel tempo diverrà un omicida seriale, non permette uno sviluppo corretto dell’empatia e la formazione di una personalità equilibrata. Possono esservi famiglie in cui i genitori sono violenti o poco presenti privi della capacità di gestire il proprio ruolo, che adottano atteggiamenti remissivi.

Oppure vi possono essere dei figli che subiscono o vivono delle incomprensioni all’interno del proprio nucleo familiare, affrontando talvolta violenze psicologiche, fisiche o addirittura sessuali, perpretate da uno dei due genitori. Vi sono, poi, le famiglie spezzate, in cui i genitori sono separati, o famiglie in cui vi è l’assenza di uno dei due genitori, assenza non sempre fisica, ma anche psicologica. Quest’ ultima condiziona molto il minore, costringendolo a trovare un altro modello di sostituzione e di riferimento. La personalità del fanciullo e le sue relazioni sociali si svilupperanno sullo sfondo del clima generale della famiglia. Molti dei serial killer hanno avuto un’ infanzia ed un’adolescenza traumatica, ma non si può affermare che tutti i bambini con gravi problemi familiari diventeranno assassini seriali. Per un sano sviluppo, l’individuo all’interno della famiglia deve trovare: sicurezza, protezione, senso di attaccamento ed identificazione con le figure genitoriali, cioè con chi si prende cura del bambino. La maggior parte degli assassini seriali provengono da “famiglie multiproblematiche”, che non consente lo sviluppo di modelli di comunicazione adeguati. Mazer definisce “la famiglia multiproblematica” come “un gruppo familiare composto da due o più persone in cui più della metà dei membri ha sperimentato dei problemi di pertinenza di un servizio sociale e/o sociosanitario o legale”. Molti serial killer sono rimasti vittime del processo di “triangolazione”, criterio in cui il genitore coinvolge il figlio nel proprio conflitto emotivo, usandolo come strumento per ricattare l’altro coniuge1.

Di solito gli psicologi asseriscono che sia la donna ad utilizzare “l’abuso passivo- aggressivo”, per “triangolare” il bambino nella relazione con il compagno, molte donne dopo il divorzio cercano di impedire al figlio di vedere il padre.
Capitò anche a John Joubert2, che dopo aver sviluppato tendenze pedofile cominciò ad ammazzare bambini, li rapiva, li sodomizzava e li strangolava. Inoltre sentiva un bisogno compulsivo di prendere a morsi i loro corpi. Dopo aver confessato, affermò che se fosse stato rilasciato avrebbe ucciso ancora. Fu condannato a morte e giustiziato il 17 luglio del 1996.In tante storie di vita dei serial killer, il rapporto comunicativo con il bambino è caratterizzato da aggressioni verbali, i genitori tendono a comandare la vita del figlio in base alle loro esigenze e non tenendo conto di quelle del bimbo. Vi è una percezione del figlio alterata.
Molti dei serial killer hanno subito, nel corso della loro vita, un tradimento da parte di una figura femminile, quasi sempre la madre o una fidanzata.

Da quel momento in poi vivono con una sola ossessione: distruggere l’oggetto che ha generato in loro sofferenza, sfogando quell’ odio su chiunque in qualche modo lo ricordi.
Ted Bundy sceglieva giovani donne bianche, quasi sempre con i capelli mori e la riga in mezzo, perché somigliavano alla sua fidanzata; Ed Gein (che ha ispirato il film Il silenzio degli innocenti), staccava la pelle ai cadaveri delle sue vittime perché desiderava diventare una donna, come sua madre.
Mentre Ed Kemper la odiava e uccise chiunque gliela ricordasse, fino a quando non decise di decapitarla I bambini sono costretti a difendersi dalle insidie sviluppando nuove dinamiche. Al di fuori sembra che non vi siano problemi, ma in realtà il bimbo si sente solo ed abbandonato Si creano individui incapaci di avere relazioni interpersonali ordinarie, che vivono il rapporto con gli altri in maniera frustrante.

Si rifugiano nella fantasia, il bambino con questa dimensione può reindirizzare l’ostilità e la violenza di cui è bersaglio, dirigendola verso altri. Tramite la fantasia il bimbo ha il controllo della situazione,
Dapprima nel mondo fantasmatico, poi in quello reale gli altri vengono considerati come cose e non come persone; uccidere diviene uno strumento per fronteggiare panico, angoscia e la sensazione di vulnerabilità, che ha accompagnato questi individui per la maggior parte della vita. Mano a mano il bambino passa dalla fantasia alla pratica, e dopo aver provato piacere nel dare la morte, certi individui non riescono più a fermare l’istinto. Il serial killer è un soggetto criminoso che si costituisce lentamente. Mc Donald ha ipotizzato una triade di sintomi, espressione del bambino di una grave alterazione psichica che condurrà a comportamenti antisociali da adulto: la crudeltà verso gli animali, enuresi dopo i cinque o sei anni, piromania3.

Per Newton i comportamenti che vengono generalmente riscontrati nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali sono: l’isolamento sociale, la difficoltà di apprendimento, sintomi di danno neurologico, un comportamento irregolare, problemi con le autorità, problemi di autocontrollo, attività precoce e bizzarra, ossessione per il sangue, ossessione per la morte, crudeltà verso altre persone, furto e accaparramento, comportamento autodistruttivo.
Non tutti i bambini reagiscono al proprio ambiente sviluppando fantasie criminali, come non tutti i bambini che nutrono fantasie criminali ve ne danno libero sfogo. È importante, anche, il livello di inserimento nel tessuto sociale.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Fornari U., J. Birkhoff “Serial killer, tre mostri del passato a confronto”, Centro Scientifico Editore, Torino, 2002.
Ciapri S. “Serial Killer, Metodi di Identificazione e Procedure Investigative”. Franco Angeli, Milano, 1998;
De Leo G. e Patrizi P. “La Spiegazione del Crimine”. Il Mulino, Bologna, 1999;

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