l sopralluogo giudiziario compiuto in seguito ad un evento criminale, ha un ruolo di primaria importanza nella ricostruzione degli eventi.

Attraverso un attento e preciso repertamento sia di tracce che prove scientifiche, è infatti possibile ricercare conferme utili alla comprensione degli avvenimenti e all’individuazione dei possibili responsabili.

La prova scientifica è quindi di grande valore investigativo, ma nonostante ciò, non può in alcun modo sostituire l’attività “classica del “poliziotto”, fatta di intuizioni, analisi e raccolta di informazioni soprattutto attraverso relazioni “vis a vis” con possibili testimoni ed indiziati di reato.

Nel confronto con gli altri individui, infatti, è probabile acquisire informazioni, altrimenti impossibili da apprendere attraverso il solo oggettivo studio dei reperti, delle tracce e degli atti documentali.

Il legislatore, comprendendo l’importanza, nella fase preliminare, dell’interazione con i possibili testimoni e gli indiziati di reato, per favorire la ricostruzione dei fatti e per confermare eventuali linee investigative, ha stabilito all’articolo 64 del codice di procedura penale le modalità di esecuzione dei colloqui (interrogatorio), prevedendo diverse procedure e tutele a seconda della qualifica ricoperta dalla persona sentita (indagato o persona a conoscenza dei fatti).

L’acquisizione delle informazioni testimoniali (cd sommarie informazioni) è da considerarsi pertanto un atto investigativo preliminare ma di fondamentale importanza.

L’art. 188 del c.p.p. nel rispetto della dignità di ognuno impone una corretta e rispettosa acquisizione delle informazioni, non è possibile, infatti, validare dichiarazioni che sono state estorte con la minaccia o con l’utilizzo della violenza.

L’investigatore, non potrà ricorrere a nessuno stratagemma per ottenere le informazioni di cui necessita, potrà esclusivamente limitarsi a conquistare la fiducia dell’interrogato ed indurlo a riferire quante più informazioni possibili.

Considerazioni:

Al fine di comprendere le dinamiche difensive attivabili da coloro che sono a diverso titolo sottoposti a colloquio o interrogatorio, è importante valutare quale sia la qualifica ricoperta dal teste e la finalità delle informazioni fornite.

Gli articoli 350 e 351 del c.p.p., stabiliscono che durante i colloqui eseguiti a carico di persone indagate per reato sia garantita la presenza di un difensore, tutte le informazioni rese alla sua presenza possono essere utilizzate dall’A.G. in qualunque fase sia di indagine che di giudizio.

Qualora vi siano esigenze di urgenza o nell’immediatezza del fatto, possono essere acquisite notizie anche in assenza del legale rappresentante, in questo caso però le informazioni potranno essere utilizzate sono ai soli fini investigativi.

Gli stessi articoli prevedono infine che l’indagato possa rendere dichiarazioni spontanee sui fatti per i quali all’A.G. sta indagando, con le stesse limitazioni sopra citate.

Mentre coloro che forniscono informazioni su fatti ai quali hanno assistito o dei quali sono venuti a conoscenza, hanno l’onere di rispondere con sincerità alle domande che vengono loro poste, anche se queste ledono il loro interesse.

Qualora durante l’audizione dovessero emergere, per ammissione del teste, circostanze a suo carico, il colloquio deve essere immediatamente interrotto e l’interrogato deve essere informato che sulla base delle sue dichiarazioni verranno svolte indagini a suo carico e che nelle fasi successive dovrà essere assistito da un legale di sua fiducia.

Questo inciso, evidenzia chiaramente che vi è un costante disequilibrio relazionale tra l’interrogante e l’interrogato, sia esso teste libero o indagato.

Anche coloro che si presentano per fornire volontariamente informazioni di cui sono a conoscenza e per le quali non sono responsabili, sia per la figura autoritaria che riveste l’interrogante, che per il timore di essere giudicati, si sentiranno sotto esame.

Il loro stato emotivo sarà di forte tensione anche in condizioni di assoluta trasparenza.

Ovviamente qualora vi sia volontà di omettere o nascondere alcune parti del racconto, la naturale agitazione, potrà trasformarsi in ansia.

Il gioco delle parti che normalmente si instaura nell’interazione tra interrogato ed interrogante produce delle dinamiche comportamentali e psicologiche che interessano fortemente gli organi di controllo sociale (polizia, militari, servizi) di ciascun governo del mondo.

L’interesse e l’attenzione si sono dedicati inizialmente all’individuazione di tecniche “di interrogatorio”, tali da garantire sempre piene confessioni o l’acquisizione di informazioni “segrete”.

Questa volontà ha portato negli anni a sviluppare una vera e propria “scienza dell’interrogatorio”.

Lo studio più famoso ed importante, è stato quello prodotto dalla CIA negli anni ‘60 dal titolo

“ Kubark Counterintelligence Interrogation”.

Prima della CIA, altri tentarono esperimenti in tal senso, uno dei primi fu quello condotto a metà del 1800 da un clinico francese Moreau de Tours, il quale giunse alla conclusione che nel dormiveglia l’individuo si esprimeva in modo incontrollato, privo delle resistenze psicologiche necessarie, spingendosi a rivelare anche i segreti più inconfessabili.

Sulla base di questa “scoperta” si tentarono esperimenti con l’utilizzo di sostanze chimiche tra cui: il protossido di azoto, il cloroformio e l’hashish, con l’obiettivo di riprodurre in modo controllato lo stato di dormiveglia ed il conseguente abbassamento delle difese psicologiche.

Intorno agli anni ’30, con la stessa finalità, fu introdotta la scopolamina, che prese il nome di “siero della verità” da Henry House, mentre negli anni ’60 fu sperimentato il LSD.

Negli anni ’80 la sperimentazione di LSD fu conclusa con risultati fallimentari, si tentò quindi con il MDMA (metilendiossimetamfetamina), ma anche l’utilizzo di questa sostanza si dimostrò non solo inefficace ma dannoso per l’equilibrio psichico dell’individuo sottoposti a “cura”.

Questa lunga sperimentazione di sostanze chimiche ha inesorabilmente fallito gli obiettivi prefissati, dimostrando che le diverse sostanze utilizzate hanno la sola capacità di abbassare la soglia di attenzione e di vigilanza del soggetto drogato, ma non di imporre comportamenti involontari.

Si è, infatti, scoperto che è lo stress al quale viene sottoposto il soggetto durante il colloquio, ad indurlo a confessare.

Le sostanze chimiche utilizzate servivano all’interrogato per fornire a se stesso una giustificazione, una motivazione plausibile per cedere alle domande e fornire tutte le informazioni richieste dall’interrogante.

Esperimenti condotti con placebo, hanno dimostrato che il soggetto in molti casi non ha opposto resistenza psicologica alle pressioni fatte durante il colloquio, fornendo tutte le informazioni che gli erano state chieste, perché riteneva di essere drogato.

L’impossibilità di imporre ad un individuo di dichiarare veritiere e segrete informazioni, ha indotto gli organi del controllo sociale ad accantonare la sperimentazione chimica e migliorare le proprie capacità sulle tecniche di individuazione delle modificazioni biologiche che caratterizzano la menzogna, nonché la comprensione dei diversi linguaggi non verbali.

Comprendere se e quando un teste sta mentendo, in qualche modo equivale a costringerlo a dire la verità.

Già C. Lombroso aveva evidenziato l’esistenza di una relazione tra biologia e menzogna, e per dimostrare le sue teorie aveva elaborato una macchina chiamata ”idrosismografo” (1895) in grado di registrare in tempo reale le variazioni del ritmo cardiaco e della pressione sanguigna durante l’interrogatorio dell’individuo che mente.

Keeler, pur mantenendone il principio, modificò l’idrosismografo, ricreando una macchina “Lie detector”in grado di valutare contemporaneamente variazioni del polso, della P.A. del ritmo respiratorio ed il riflesso psico-galvanico.

Altri strumenti furono ideati ed utilizzati, analizzando le variazioni biologico- comportamentali dei soggetti sottoposti ad interrogatorio come:

Il FACS (Facial action Coding System) strumento che analizza la contrazione dei muscoli facciali coinvolti nell’espressione delle differenti emozioni.

Lo SCAN (Scientific content analysis)strumento che rileva i cambiamenti dell’espressione mimica in relazione alle differenti contrazioni facciali

L’utilizzo di questi strumenti (anche se dimostratisi molto efficienti in quanto garantiscono un’elevata precisione nell’accertamento di una dichiarazione mendace) non è consentito all’interno dell’iter processuale, non essendo considerati sufficientemente attendibile per essere reputati fonte di prova.

I falsi positivi, facilmente indotti, sono un rischio troppo elevato per stabilire con certezza la veridicità di una dichiarazione.

Appare quindi evidente che non sia possibile, in nessun modo, controllare ed imporre artificialmente le dichiarazioni di chiunque, specie se vi è una forte determinazione nell’interrogato a nascondere le informazioni.

Personale altamente addestrato e motivato è in grado di resistere ad un alto livello di stress e potrebbe non cedere alle pressioni riuscendo a mantenere segrete le notizie che possiede. Fortunatamente, tali preparazioni e motivazioni sono riservate, per la maggior parte dei casi, al solo ambito militare, ove la divulgazione di informazioni rappresenta una sorta di tradimento dei propri ideali, una mancanza verso la propria Patria e dove gli interessi in gioco sono molto alti.

In ambiti civili o di polizia, l’esigenza di acquisire informazioni ha degli obbiettivi diversi, le informazioni che vengono ricercate sono legate ai soli ambiti investigati, e le motivazioni degli interrogati non sono, nella maggior parte dei casi, tanto forti come quelle dei militari.

Inoltre spesso i colloqui tenuti dalla P.G. avvengono con testimoni “innocenti”, che riferiscono di fatti ai quali hanno assistito o nei quali sono rimasti coinvolti, spesso in forma spontanea.

Negli interrogatori di polizia inoltre si deve, a differenza dell’ambito militare, prestare particolare attenzione a non ledere diritti legalmente riconosciuti all’interrogato e a rispettare le procedure imposte, pena la nullità delle notizie acquisite.

Il colloquio:

Un colloquio di Polizia deve essere condotto affidandosi esclusivamente ad una buona preparazione del setting e ad una buona capacità comunicativa di colui che lo conduce.

L’ambiente all’interno del quale viene condotto un interrogatorio, deve essere austero, privo di colori ed immagini alle pareti, per evitare possibilità di svago o distrazione per la mente dell’interrogato, anche le vie di contatto con l’esterno della stanza ( porte e finestre ) devono essere chiuse e deve essere limitato il passaggio e l’ingresso del personale non direttamente coinvolto nel colloquio.

La scrivania presente all’interno della stanza deve essere lasciata vuota, anche il telefono interno se presente, deve essere staccato.

Preliminarmente all’incontro con l’interrogato devono essere acquisite, maggiori informazioni possibili sulla sua vita, le sue frequentazioni, la sua famiglia e le sue condizioni di salute, quest’ultimo aspetto è di grande rilevanza in quanto consente di effettuare un’osservazione precisa delle sue reazioni emotive alle diverse domande che gli verranno poste.

Una volta iniziato il colloquio, si deve concedere all’interrogato di esprimersi liberamente sull’argomento per il quale è stato chiamato ma anche sulla sua vita privata, questa fase iniziale è di estrema importanza sia per instaurare una relazione interpersonale, sia per “tarare” le forme comunicative non verbali da lui utilizzate.

Il tono della voce di chi pone le domande deve essere mantenuto sempre calmo e rilassato, mai dovrà apparire irritato o minaccioso ed evitare categoricamente ogni forma vessatoria, il rischio è che il testimone si chiuda in sé stesso elevando barriere psicologiche difficilmente aggirabili.

Ogni dichiarazione resa dovrà essere ripetuta a voce alta da chi conduce il colloquio.

Di estrema importanza è inoltre la trascrizione integrale delle domande poste e dalle risposte fornite, operazione che deve essere compiuta da una seconda persona presente, chi conduce non deve mai distogliere la propria attenzione dal teste.

Ad ogni domanda corrisponde una sola ed unica risposta; non conoscere la domanda posta, significa non essere in grado di comprendere le risposte fornite.

La conduzione dell’interrogatorio o colloquio deve essere sempre attenta, una piccola incertezza o errore potrebbe consentire al teste di rifugiarsi psicologicamente impedendo ogni forma di penetrazione.

La menzogna:

L’attività psichica necessaria a riprodurre versioni mendaci, implica nel soggetto uno sforzo di fantasia, atta a ricreare una verità parallela e credibile.

La mente è consapevole di come il fatto sia nella realtà; il bisogno di nascondere questa consapevolezza induce ad un processo di oscuramento del vero, attraverso una personale interpretazione dei fatti e delle cose, compatibili con gli obbiettivi dell’interrogato.

I tempi tecnici di risposta ed elaborazione, proprio per la complessità del pensiero, richiedono maggiore impegno e concentrazione di una semplice rievocazione mnemonica.

La grande attenzione che il soggetto dovrà prestare per mantenere la “sua” verità e rispondere alle domande che gli verranno poste, cercando di evitare errori e contraddizioni, richiede uno sforzo emotivo particolare che inevitabilmente ne indebolirà la resistenza emotiva.

In una tale situazione, di forte tensione emotiva, come quella inevitabilmente vissuta da colui che mente, in parte originata dal mantenere la coerenza espositiva ed in parte per la paura di non essere creduto, ricrea le condizioni ideali per evidenziare discrepanze comportamentali e dichiarative.

Una risposta emotiva (mimica e non verbale) evidente, chiusura, agitazione, modificazione del tono della voce, da parte del soggetto in seguito ad una specifica domanda è indice che le sue difese psicologiche sono state intaccate e che il soggetto ha mentito, in merito a quel fatto o quell’informazione.

Incalzato, stimolato e provocato, potrebbe cedere, ammettendo le proprie colpe o modificando le informazioni fornite.

Condurre un interrogatorio con persone che hanno interesse a mantenere celata la verità è u’ attività di grande difficoltà che richiede preparazione ed intuito.

Si ritiene che non tutti gli investigatori siano in grado di affrontare con successo un colloquio, accertare i propri limiti può risultare essere una scelta coraggiosa e di grande aiuto all’attività investigativa.

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