Ad Hacikislak, un villaggio della provincia estremo orientale turca di Van, il delitto di violenza sessuale non è punito con la reclusione o con sanzioni, essendo in vigore un medievale criterio più diretto dal sapore marcatamente vendicativo. È del 9 novembre del 2006, infatti, la notizia che un arcaico tribunale del villaggio turco, presieduto dal muhtar (il sindaco), ha emesso una sentenza di stampo feudale con cui, a titolo di risarcimento, è stato ordinato che la figlia di uno stupratore fosse consegnata al marito della donna stuprata per restituirle la violenza subita dalla moglie.

La – chiamiamola così – sentenza, con la sua (il)logica finalità punitivo – risarcitoria, è ispirata da una visione trasversale del ben noto (e, fortunatamente, ormai quasi desueto) principio che sta alla base della legge del taglione, in esecuzione della quale si riconosce, a chi abbia ricevuto un’offesa, il diritto di infliggere all’offensore una pena uguale all’offesa ricevuta (“occhio per occhio, dente per dente”).

Ma ricostruiamo il fatto. S.A., una donna di 23 anni incinta di tre mesi, viene stuprata sotto la minaccia di una pistola da Hussein G., un uomo di 43 anni. Se il fatto fosse avvenuto in Italia, l’aggressore avrebbe personalmente rischiato la pena prevista dall’art. 609ter c.p. (violenza sessuale aggravata) che, nella sua previsione edittale, prevede la reclusione da sei a dodici anni. In Turchia, invece, la donna, dopo aver subito la violenza e dopo aver riferito il fatto ad un suo parente, è stata legata e reclusa in una stalla, in attesa che i parenti si riunissero per ponderare e decidere insieme sul da farsi. Ed il tribunale del villaggio, costituitosi su loro richiesta, a seguito di un’ancestrale procedura chiamata berdel, statuisce le modalità del risarcimento del danno (morale, all’onore, all’immagine?) subito dal marito: si consegni la figlia sedicenne dello stupratore a Mehmet A., l’uomo di 24 anni oltraggiato, affinché, dopo essere stata violentata, venga allo stesso unita in matrimonio in moschea, secondo il rito religioso. Rito che, tuttavia, in Turchia è illegale e non ha alcun effetto civile. Infine, prosegue la sentenza, che l’uomo intraprenda la procedura di divorzio dalla moglie ormai disonorata seguendo un iter illegale e, cioè, falsificando la firma della donna.

La triste vicenda, che vede punite le due donne, uniche vittime innocenti, impone una riflessione. Con una giustizia simile a quella del codice Hammurabi, la pena prescritta è identica al torto provocato: l’omicidio viene punito con la morte. Se, poi, la vittima riveste la qualità di figlio, l’omicida subirà la stessa pena e gli verrà ucciso il suo. Nella storia riportata, la sentenza non solo lascia impunito un reato di violenza sessuale aggravata ma anzi ne autorizza un’altra (ad bestias!), per di più ai danni di una minorenne, colpevole solo di essere la sfortunata figlia del violentatore, ed infine legittima un divorzio nei confronti della prima vittima sulla base di una documentazione falsa. Questo, a ben vedere, supera la legge del taglione, rivolgendosi autoritariamente e con tutta la violenza possibile a chi non c’entra nulla, secondo leggi d’onore proprie di una società arcaica, maschilista e mafiosa, in cui la giustizia è degli uomini e per gli uomini, e dove si autorizzano vendette trasversali che feriscono direttamente solo e sempre le donne.

La responsabilità penale, quindi, non è personale. Ripensiamo alla tragica storia raccontata da Yashar Kemal in Yilani Öldürseler (Tu schiaccerai il serpente, Biblioteca Tranchida, Milano 1999): sotto l’insostenibile peso di un’intera comunità, ipocrita assertrice di un supposto codice d’onore, si può essere fatalmente istigati al compimento di un terribile crimine al fine di restaurare un’arcaica legge violata. L’intera società, custode di uno statuto tribale, induce il piccolo Hasan ad uccidere la madre Esme, rea del fatto che suo marito è stato ucciso dal suo amante. Il villaggio, benché l’assassino sia stato prontamente giustiziato, non è ancora appagato: resta infatti da punire Esme, perché vera istigatrice dell’intera vicenda e, soprattutto, rea di essere bella, straniera ed ereditiera dei terreni del marito ucciso.

L’infamia si estende perciò a tutto il villaggio il cui onore va vendicato ed il sangue versato va riscattato. Le invettive incalzano ed ossessionano ripetutamente Hasan anche per strada (“Pazza come una puledra araba in calore, quella donna!”, “In una sola notte, sarebbe capace di andare a letto con tutti gli uomini del villaggio!”, “E la mattina dopo chiederne un altro!”, “Cosa volete che faccia, quel povero Hasan, è ancora un bambino!”, “Il diavolo se lo porti, è già un ragazzo grande, no?”), esasperandolo fino a costringerlo all’omicidio rituale. Il matricidio reclamato da una società maschilista per ristabilire l’ordine violato, si avvicina al triste episodio riferito, in cui ora l’unica speranza di avere vera giustizia viene da un giudice che ha ordinato l’arresto sia del violentatore sia del marito risarcito e che ha denunciato dieci persone, tra le quali il sindaco del villaggio.

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