Il femminicidio in Italia può ancora essere considerato come un’emergenza? Risposta breve: sì.
Evoluzione storica e definizione del termine
Il termine “femminicidio” venne coniato dall’antropologa messicana Marcela Lagarde negli anni ’90, partendo dal concetto di “femicide” introdotto da Diana Russell nel 1976 [1]. La definizione sociologica identifica il femminicidio come l’uccisione di una donna in quanto donna, ovvero per motivi basati sul genere, rappresentando l’estrema conseguenza di una cultura discriminatoria e della violenza di genere.
In Italia, il termine è entrato nel dibattito pubblico e accademico nei primi anni 2000, ricevendo riconoscimento ufficiale con la Convenzione di Istanbul (2011) [2], ratificata dall’Italia nel 2013. La criminologia moderna interpreta il femminicidio come un crimine caratterizzato da specifici elementi distintivi rispetto all’omicidio generico, evidenziando la componente di genere come motivazione principale.
Il Global Centre of Excellence on Gender Statistics (CEGS), in collaborazione con UN Women e l’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia del Messico (INEGI), ha sviluppato un quadro statistico per la misurazione dei femminicidi, definendo un insieme minimo di variabili chiave per la raccolta e l’analisi dei dati su questo fenomeno.
Secondo il “Statistical Framework for Measuring the Gender-Related Killing of Women and Girls” pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) e UN Women, le variabili fondamentali includono:
| Variabile | Descrizione |
|---|---|
| Relazione tra vittima e autore | Identificare se l’autore del reato è un partner intimo, un familiare o un’altra persona conosciuta o sconosciuta. |
| Motivazione di genere | Determinare se l’omicidio è stato motivato da fattori legati al genere, come ruoli di genere stereotipati, discriminazione o disuguaglianze di potere tra donne e uomini. |
| Precedenti di violenza | Verificare se la vittima aveva precedentemente subito violenza fisica, sessuale o psicologica da parte dell’autore del reato. |
| Contesto dell’omicidio | Analizzare le circostanze in cui è avvenuto l’omicidio, ad esempio se è correlato a pratiche culturali dannose, crimini d’onore o altre situazioni specifiche. |
| Caratteristiche della vittima | Raccogliere informazioni su età, livello di istruzione, occupazione e altre caratteristiche socio-demografiche della vittima. |
| Caratteristiche dell’autore | Raccogliere informazioni su età, livello di istruzione, occupazione e altre caratteristiche socio-demografiche dell’autore. |
| Modus operandi | Descrivere il metodo utilizzato per commettere l’omicidio, come l’uso di armi da fuoco, armi da taglio, strangolamento, ecc. |
| Luogo dell’omicidio | Specificare il luogo in cui è avvenuto l’omicidio, ad esempio se è avvenuto in ambito domestico, pubblico o altro. |
| Data e ora dell’omicidio | Registrare la data e l’ora in cui è avvenuto l’omicidio per analizzare possibili pattern temporali. |
| Stato civile della vittima | Indicare lo stato civile della vittima al momento dell’omicidio, come single, sposata, divorziata, vedova, ecc. |
| Numero di figli | Specificare se la vittima aveva figli e, in tal caso, quanti. |
| Denunce precedenti | Verificare se la vittima aveva presentato denunce precedenti per violenza o minacce contro l’autore o altre persone. |
| Misure di protezione | Indicare se erano state adottate misure di protezione legali o di altro tipo a favore della vittima prima dell’omicidio. |
| Condizioni socio-economiche | Raccogliere informazioni sulle condizioni socio-economiche della vittima e dell’autore, come reddito, occupazione, livello di istruzione, ecc. |
| Uso di sostanze | Verificare se la vittima o l’autore erano sotto l’effetto di alcol o droghe al momento dell’omicidio. |
| Storia criminale dell’autore | Raccogliere informazioni su precedenti penali dell’autore, in particolare per reati violenti o legati alla violenza di genere. |
| Intervento delle autorità | Descrivere se vi è stato un intervento da parte delle autorità prima dell’omicidio, ad esempio in risposta a segnalazioni di violenza domestica o altre situazioni di conflitto tra la vittima e l’autore. |
| Esito giudiziario | Documentare l’esito del processo giudiziario relativo all’omicidio, inclusi arresto, processo, condanna e pena inflitta all’autore. |
| Impatto sui familiari | Valutare l’impatto dell’omicidio sui familiari della vittima, in particolare sui figli, includendo aspetti psicologici, economici e sociali. |
| Supporto fornito | Indicare se è stato fornito supporto ai familiari della vittima dopo l’omicidio, come assistenza psicologica, legale o economica. |
Dati recenti
Come si evince dal set di variabili, la classificazione di un omicidio in femminicidio è particolarmente complessa e di difficile standardizzazione. In Italia, nonostante i progressi legislativi e una maggiore consapevolezza sociale, continuiamo a confrontarci con una realtà drammatica che richiede un’attenzione costante e un impegno rinnovato. Le statistiche sul femminicidio non rappresentano meri numeri; ciascuna cifra corrisponde ad una vita interrotta, ad una famiglia distrutta e ad una comunità colpita.
Nel marzo 2022, un importante passo avanti nella misurazione della violenza di genere è stato compiuto quando la 53a sessione della Statistical Commission ha approvato il quadro statistico per la misurazione degli omicidi di donne e ragazze legati al genere (femminicidi). Questo framework definisce come femminicidio l’uccisione di una donna in quanto donna.
L’Italia ha aderito a questo framework delle Nazioni Unite, pur riconoscendo che la produzione di statistiche armonizzate richiederà tempo per permettere confronti internazionali accurati. Il primo rapporto ONU sui femminicidi, successivo all’approvazione del framework, ha presentato un confronto preliminare tra alcuni Paesi, basato sui tassi per 100.000 donne di omicidi femminili commessi da partner, ex partner o familiari.
La definizione statistica del femminicidio comprende tre categorie principali:
- Omicidi commessi dal partner
- Omicidi commessi da altri familiari
- Omicidi commessi da altre persone (note o sconosciute) con una motivazione di genere
Per classificare correttamente un femminicidio, è necessario raccogliere numerose informazioni sulla vittima, sull’autore e sul contesto della violenza. Tra i fattori chiave da considerare vi sono: precedenti violenze subite dalla vittima, eventuali forme di sfruttamento, privazione della libertà, coinvolgimento nell’industria del sesso, presenza di violenza sessuale prima o dopo l’omicidio, differenze gerarchiche tra vittima e autore, mutilazioni del corpo, modalità di abbandono del cadavere e presenza di pregiudizi di genere come movente.
In Italia, sebbene non tutte queste informazioni siano attualmente disponibili, i dati esistenti (basati su relazione vittima-autore, movente e contesto dell’omicidio) permettono di stimare il fenomeno. Nel 2023, su 117 omicidi con vittima donna, 96 sono stati classificati come presunti femminicidi, così distribuiti:
- 63 donne uccise dal partner o ex partner
- 31 donne uccise da altri familiari
- 2 donne uccise da conoscenti con movente passionale
Questo dato si inserisce in un trend relativamente stabile: 101 femminicidi su 111 omicidi nel 2019, 106 su 116 nel 2020, 104 su 119 nel 2021 e 105 su 126 nel 2022.
Dei restanti 21 casi del 2023, le cause sono state diverse: quattro vittime di rapine, una per disturbi psichici dell’autore, tre per motivi economici, sei per futili motivi o liti, una per droga, una per criminalità organizzata, mentre per cinque casi il movente resta ignoto. Di questi 21 omicidi, 15 sono stati commessi da uomini, uno da una donna e in quattro casi l’autore resta ignoto.
Il concetto di emergenza nel contesto del femminicidio
Analisi etimologica e semantica
Il termine “emergenza” deriva dal latino “emergere”, letteralmente “venire a galla”, “manifestarsi”. Nell’uso contemporaneo, il termine ha assunto due significati principali: quello di una situazione critica che richiede un intervento immediato, e quello di un fenomeno che emerge, che si manifesta con evidenza alla coscienza collettiva.
Nel contesto del femminicidio, entrambe queste accezioni sono pertinenti. Da un lato, abbiamo l’urgenza di un intervento immediato per salvare vite umane; dall’altro, assistiamo all’emersione di un fenomeno radicato nella struttura sociale che finalmente viene riconosciuto nella sua gravità.
Perché parliamo ancora di emergenza
Negli ultimi anni è emersa una corrente di pensiero che contesta la definizione del femminicidio come emergenza sociale. Questa posizione si basa principalmente su tre argomenti:
- La dimensione statistica: il tasso di omicidi femminili in Italia (0,39 per 100.000 abitanti) è tra i più bassi d’Europa
- La comparazione storica: dal 1992 al 2020 si registra una significativa diminuzione degli omicidi in generale
- La critica alla specificità di genere: la contestazione dell’utilità di una categoria specifica per gli omicidi femminili
Nonostante i dati più recenti mostrino, quindi, una lieve flessione nel numero dei casi (da 108 nel 2020 a 97 nel 2024), è fondamentale comprendere perché il femminicidio continui a rappresentare un’emergenza sociale.
Diversi fattori sostengono questa tesi criminologica:
- La Natura Sistemica del Fenomeno: il femminicidio non è una serie di eventi isolati, ma il risultato di un sistema di disuguaglianze e violenze strutturali che permeano la società. Ogni caso rappresenta il culmine di un percorso di violenza spesso lungo e ignorato.
- La Prevedibilità e Prevenibilità: la maggior parte dei femminicidi presenta segnali premonitori identificabili. Il fatto che, nonostante questa prevedibilità, non si riesca a prevenire efficacemente questi delitti, costituisce di per sé un’emergenza del sistema di protezione.
- L’Impatto Transgenerazionale: gli effetti del femminicidio si propagano ben oltre la vittima diretta, colpendo famiglie intere e lasciando segni profondi nelle generazioni successive, perpetuando cicli di trauma e violenza socio-psicologica.
Sebbene sia vero che il numero di omicidi di donne sia diminuito negli ultimi anni, è cruciale non trarre conclusioni affrettate o semplicistiche. La diminuzione numerica, di per sé, non implica automaticamente una risoluzione del problema strutturale della violenza di genere. Il femminicidio, infatti, non è semplicemente un “omicidio di una donna”, ma l’esito estremo di un continuum di violenza che affonda le sue radici in disuguaglianze, stereotipi e dinamiche di potere tossiche. Questi fattori, spesso invisibili o sottovalutati, continuano a permeare la società e a rappresentare un rischio concreto per la sicurezza e il benessere delle donne.
Concentrarsi esclusivamente sui numeri, inoltre, rischia di sminuire la gravità di ogni singolo caso. Ogni femminicidio è una tragedia individuale e collettiva, con conseguenze devastanti per le famiglie, le comunità e la società nel suo complesso. Ridurre il fenomeno a una questione statistica significa ignorare il dolore, la sofferenza e l’impatto profondo che questi delitti hanno sulla vita di molte persone.
E’ cruciale evitare un approccio che potremmo definire “quantitativo”. Anche un singolo caso di femminicidio rappresenta una sconfitta per la società ed una violazione dei diritti umani fondamentali. Concentrarsi esclusivamente sulla diminuzione numerica rischia di distogliere l’attenzione dalla necessità di un impegno costante nella prevenzione, nel contrasto e nel cambiamento culturale.

Definizioni e Prospettive
La Dimensione Sociologica
Il femminicidio rappresenta l’estrema manifestazione di un sistema di potere storicamente squilibrato, radicato nelle più profonde strutture sociali e culturali della nostra società. Questo fenomeno emerge come culmine di un processo di subordinazione e controllo che si perpetua attraverso generazioni, manifestandosi in forme sempre più sofisticate di dominio e oppressione. Non si tratta semplicemente di omicidi con vittime femminili, ma di delitti che affondano le radici in una cultura che ancora fatica a riconoscere la piena autonomia e autodeterminazione delle donne, riflettendo pregiudizi e stereotipi profondamente radicati che continuano a influenzare le relazioni di genere in ogni ambito della vita sociale, economica e politica.
La persistenza di questi modelli culturali discriminatori si manifesta attraverso molteplici forme di violenza, dal controllo economico alla manipolazione psicologica, fino all’estremo della violenza fisica. La sociologa Diana Russell, che ha contribuito a diffondere il termine “femicide”, lo definisce come “l’uccisione misogina di donne da parte di uomini”, evidenziando come questi delitti siano espressione di un più ampio sistema di oppressione di genere. Questa definizione ha aperto nuove prospettive di analisi, permettendo di comprendere come il femminicidio non sia un fenomeno isolato, ma il risultato di strutture sociali che normalizzano e perpetuano la violenza di genere attraverso pratiche quotidiane, istituzioni e rappresentazioni culturali.
La Prospettiva Criminologica
L’analisi criminologica del femminicidio rivela pattern ricorrenti che lo distinguono da altre forme di omicidio, evidenziando caratteristiche specifiche che richiedono un approccio di studio e intervento dedicato. La ricerca ha identificato modelli comportamentali e situazionali che si ripetono con frequenza allarmante, delineando un quadro complesso di fattori di rischio e indicatori predittivi. La relazione pregressa tra vittima e carnefice, la presenza di comportamenti controllanti e possessivi, l’escalation della violenza sono elementi che caratterizzano questi delitti, manifestandosi attraverso una progressione riconoscibile di abusi che spesso inizia con forme apparentemente “minori” di controllo e manipolazione.
Questi comportamenti si intensificano gradualmente, creando un ciclo di violenza che può culminare nel femminicidio. La comprensione di questi pattern è fondamentale per sviluppare strategie di prevenzione efficaci, richiedendo un approccio multidisciplinare che integri competenze criminologiche, psicologiche e sociologiche per identificare precocemente le situazioni a rischio e intervenire prima che la violenza raggiunga livelli irreversibili.
Evoluzione Storica del Fenomeno
La storia del riconoscimento del femminicidio come categoria specifica di crimine riflette un più ampio percorso di presa di coscienza sociale, caratterizzato da resistenze culturali, battaglie legislative e trasformazioni nella percezione collettiva della violenza di genere. In Italia, questo percorso ha attraversato diverse fasi cruciali, ognuna delle quali ha segnato un importante avanzamento nella comprensione e nel contrasto del fenomeno:
Fino agli anni ’70, molti di questi delitti venivano ancora classificati come “delitti d’onore”, beneficiando di pene ridotte, riflettendo una cultura che considerava la violenza contro le donne come una questione privata e spesso giustificabile. Il superamento di questa concezione ha richiesto decenni di lotte e trasformazioni culturali, guidate dai movimenti femministi e sostenute da una crescente consapevolezza sociale della gravità di questi crimini. L’abolizione del delitto d’onore nel 1981 ha segnato un primo, fondamentale passo verso il riconoscimento della gravità di questi crimini, rappresentando una svolta decisiva nel modo in cui la società italiana concepiva la violenza di genere.
L’evoluzione normativa ha seguito un percorso graduale ma costante, caratterizzato da progressivi adeguamenti legislativi che hanno risposto alle crescenti esigenze di tutela e prevenzione. L’introduzione del reato di stalking nel 2009, la ratifica della Convenzione di Istanbul nel 2013, e l’approvazione del Codice Rosso nel 2019 rappresentano tappe fondamentali di questo percorso, segnando un’evoluzione significativa negli strumenti giuridici di contrasto alla violenza di genere. Ogni nuovo intervento legislativo è stato stimolato da una crescente consapevolezza sociale e dalla pressione dei movimenti femministi e delle associazioni di tutela, dimostrando come il cambiamento normativo sia intrinsecamente legato alle trasformazioni culturali e all’attivismo sociale. Questa evoluzione legislativa ha portato al riconoscimento di nuove forme di violenza e all’introduzione di strumenti più efficaci per la protezione delle vittime, riflettendo una comprensione sempre più sofisticata della complessità del fenomeno.
Il Contesto Relazionale
La maggioranza dei femminicidi (70%) avviene in ambito domestico o familiare. Questo dato evidenzia come i luoghi che dovrebbero essere di massima sicurezza per le donne si trasformino spesso in trappole mortali. La casa, simbolo di protezione e intimità, diventa il teatro di violenze crescenti che culminano nel delitto.
I Segnali Premonitori
L’analisi dei casi rivela che nel 63% dei femminicidi la vittima aveva già denunciato episodi di violenza, un dato che assume particolare rilevanza quando si considera che molte altre vittime, pur non avendo sporto denuncia formale, avevano condiviso le loro preoccupazioni con familiari, amici o operatori sociali. Gli studi mostrano inoltre che nel 78% dei casi erano presenti segnali di pericolo riconoscibili nei mesi precedenti al delitto, inclusi comportamenti ossessivi, minacce esplicite e tentativi di isolamento della vittima. Questo dato drammatico evidenzia le falle nel sistema di protezione e la necessità di un intervento più tempestivo ed efficace delle istituzioni, rivelando una preoccupante disconnessione tra la percezione del rischio e l’effettiva implementazione di misure protettive.
La ricerca ha identificato una serie di indicatori ad alto rischio, tra cui l’escalation della violenza fisica, le minacce di morte, il possesso di armi e i tentativi di strangolamento, che sono presenti in una percentuale significativa dei casi che culminano in femminicidio. L’analisi longitudinale dei casi dimostra che il periodo immediatamente successivo alla separazione rappresenta il momento di massimo rischio, con il 76% dei femminicidi che avviene entro sei mesi dalla fine della relazione. La presenza di questi segnali dovrebbe attivare immediati protocolli di protezione, ma troppo spesso le risposte istituzionali risultano frammentate, tardive o inadeguate alla gravità della situazione.
Le Dinamiche della Violenza
Il femminicidio si configura spesso come l’ultimo atto di un crescendo di violenze, rappresentando il culmine di un processo di escalation che può estendersi per mesi o anni. La ricerca ha identificato pattern ricorrenti che iniziano con forme sottili di controllo e manipolazione, progredendo attraverso fasi di violenza psicologica, economica e fisica sempre più intense. Lo stalking, le minacce, il controllo ossessivo precedono frequentemente l’omicidio, creando un pattern identificabile che potrebbe permettere interventi preventivi se adeguatamente riconosciuto e affrontato. L’analisi delle dinamiche relazionali rivela come il perpetratore spesso alterna comportamenti violenti a fasi di apparente pentimento, creando un ciclo di violenza che intrappo la vittima in una spirale di speranza e paura.
Questi cicli di violenza sono caratterizzati da una progressiva intensificazione, con periodi di calma apparente seguiti da esplosioni di violenza sempre più gravi. La comprensione di queste dinamiche è fondamentale per sviluppare strategie di intervento efficaci, poiché permette di identificare i momenti critici in cui il rischio di escalation è maggiore.
Gli studi mostrano che il 92% dei femminicidi è preceduto da episodi di violenza psicologica, mentre nell’87% dei casi sono presenti forme di controllo economico e isolamento sociale. La manipolazione psicologica gioca un ruolo cruciale, minando l’autostima della vittima e la sua capacità di percepire il pericolo o cercare aiuto.
Strategie di Prevenzione e Intervento
La complessità del fenomeno richiede un approccio multidimensionale che coinvolga diversi livelli di intervento, integrando misure preventive, protettive e punitive in un quadro coerente e coordinato. La ricerca ha dimostrato che solo un approccio sistemico, che affronti simultaneamente le diverse dimensioni del problema, può produrre risultati significativi nella riduzione dei femminicidi:
L’educazione al rispetto e alla parità di genere deve iniziare fin dall’infanzia, attraverso programmi strutturati che coinvolgano attivamente studenti, insegnanti e famiglie. Le scuole, le famiglie e le istituzioni culturali hanno un ruolo fondamentale nel promuovere modelli di relazione basati sul rispetto reciproco e sul riconoscimento dell’autonomia di ogni individuo. È necessario sviluppare curricula specifici che affrontino temi come gli stereotipi di genere, la gestione delle emozioni, la risoluzione non violenta dei conflitti e il consenso nelle relazioni. L’evidenza empirica dimostra che i programmi educativi precoci possono ridurre significativamente l’incidenza di comportamenti violenti nelle relazioni future.
Il potenziamento dei sistemi di identificazione precoce del rischio e la formazione specifica degli operatori (forze dell’ordine, personale sanitario, operatori sociali) sono elementi cruciali per prevenire l’escalation della violenza. Questo richiede lo sviluppo di protocolli standardizzati di valutazione del rischio, l’implementazione di sistemi di condivisione delle informazioni tra diverse agenzie e la creazione di unità specializzate per la gestione dei casi ad alto rischio. La formazione deve essere continua e basata sulle più recenti evidenze scientifiche, includendo moduli specifici sulla comprensione delle dinamiche della violenza di genere, la valutazione del rischio e la gestione delle situazioni di crisi.
Il rafforzamento della rete dei centri antiviolenza, l’implementazione di protocolli di protezione più efficaci e il sostegno economico alle vittime sono misure essenziali per garantire vie di fuga concrete dalle situazioni di violenza. È necessario assicurare una copertura territoriale adeguata dei servizi di supporto, garantire finanziamenti stabili e sviluppare programmi di autonomia economica per le donne che fuggono da situazioni di violenza. La ricerca dimostra che l’accesso a risorse economiche e abitative rappresenta un fattore critico nella decisione di lasciare una relazione violenta. I protocolli di protezione devono essere rivisti e aggiornati regolarmente, introducendo misure innovative come il monitoraggio elettronico dei maltrattanti e programmi di recupero obbligatori per gli autori di violenza.
Il perchè di un termine specifico
La recente diffusione del termine “femminicidio” nel panorama linguistico italiano e internazionale solleva interrogativi pertinenti circa la sua necessità e legittimità. Si interroga, in particolare, sulla validità di introdurre un neologismo per designare un fenomeno apparentemente già incluso nel termine generico “omicidio” e sulle implicazioni semantiche e ideologiche sottese a tale scelta lessicale.
Come evidenziato dalle definizioni lessicografiche più recenti, tra cui il Devoto-Oli 2009, lo ZINGARELLI a partire dal 2010, il Vocabolario Treccani online e il GRADIT 2007 (che registra “femicidio” e “femmicidio” nei Neologismi Treccani 2012), “femminicidio” non si limita a indicare l’“uccisione di una donna o di una ragazza”. Esso connota specificamente “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Questa definizione ampliata rivela la cruciale distinzione concettuale tra “femminicidio” e “omicidio”: mentre quest’ultimo si configura come termine neutro atto a descrivere l’uccisione di un essere umano indipendentemente dal genere, “femminicidio” pone l’accento sulla dimensione di genere della violenza, radicandola in dinamiche di potere asimmetriche e in una cultura patriarcale.
Le resistenze iniziali all’introduzione del termine, percepite come una forzatura linguistica o una moda passeggera, ignorano la profonda esigenza di nominare una realtà specifica e storicamente radicata. Se in contesti “neutri”, come una rapina, si può parlare di omicidio, in situazioni come lo stupro e l’uccisione di una bambina, ad esempio, l’uso esclusivo di “omicidio” o “infanticidio” risulta insufficiente. Questi crimini, si collocano “all’interno di una visione culturale che vede il femminile “disprezzato e disprezzabile”. Non si tratta di una mera somma di crimini, ma di un fenomeno radicato in una concezione patriarcale che nega la piena umanità della donna in quanto tale.
Dal punto di vista linguistico, l’italiano accoglie già termini che specificano la relazione tra vittima e carnefice (“fratricidio”, “uxoricidio”, etc.). “Femminicidio”, insieme a “femicidio” (calco dall’inglese femicide), si inserisce in questa tradizione. La genesi del termine “femicide” risale al XIX secolo, con attestazioni nel Law Lexicon di J.JS. Wharthon (1848). La sua evoluzione semantica, a partire dagli anni ’70 del XX secolo nei movimenti femministi statunitensi, ha portato a definirlo come “l’uccisione di una donna da parte di un uomo perché donna” (Diane Russel, Marcela Lagarde). Lo spagnolo feminicidio, attestato già nel 1975 con l’opera Feminicidio: la autodestrucción de la mujer di Enrique Víctor Salerno, ha seguito un percorso parallelo, rafforzato dall’impegno di figure come Marcela Lagarde.
Anche in italiano, “femminicidio” vanta radici antiche, seppur in ambito letterario. Tuttavia, è a partire dagli anni ’70, con l’affermazione dei movimenti femministi, che “femminicidio” e “femicidio” riemergono con forza, come testimonia un articolo di Maria Adele Teodori del 1977 che associa il termine a una “violenza quotidiana” sorretta anche dalle “istituzioni”. Negli anni ’80, “femicidio” inizia a penetrare nel linguaggio criminologico (G. Russo, Femicidio. Studio su 82 vittime, 1983).
Il rilancio giornalistico e accademico del termine si intensifica tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, come dimostra la crescente frequenza delle occorrenze negli archivi di Repubblica e La Stampa, e le pubblicazioni di studiose come Lorenza Pleuteri, Isabella Merzagora Betsos, e Barbara Spinelli (Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, 2008; Femicide e Feminicidio, 2008).
Spinelli, in particolare, distingue tra “femicidio”, inteso come “forma più estrema di violenza contro le donne”, e “femminicidio”, definito come “violenza contro le donne in tutte le sue forme miranti ad annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, che solitamente precede e può condurre al femicidio”. Karadole (Femicidio: la forma più estrema di violenza contro le donne, 2012) amplia ulteriormente il concetto di “femicidio”, includendovi “tutte le morti di donne avvenute per ragioni misogine, anche per fatto delle istituzioni o di pratiche sociali patriarcali o culturali”.
Infine, il timore di una proliferazione di termini in “-cidio” non deve oscurare la necessità di nominare specificamente la violenza di genere. L’emergere di “omocidio” per indicare l’uccisione di persone omosessuali per omofobia (Andrea Pini, OMOCIDI, gli omosessuali uccisi in Italia, 2002) dimostra come la lingua si adatti per rispondere all’esigenza di denunciare forme specifiche di violenza e discriminazione. Come conclude Rosario Coluccia in “Ancora su femminicidio” (Nuovo Quotidiano di Puglia, 2013), “se una società genera forme mostruose di sopraffazione e di violenza, bisogna inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. E quindi è giusto usare ‘femminicidio’, per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione”.
In definitiva, “femminicidio” si configura come un neologismo necessario, non solo per descrivere un atto criminale specifico, ma soprattutto per denunciare una cultura patriarcale e promuovere un cambiamento sociale profondo.
Conclusioni
Il femminicidio rimane un’emergenza sociale nonostante la lieve diminuzione dei casi registrata negli ultimi anni. La natura sistemica del fenomeno, la sua prevedibilità unita alla difficoltà di prevenzione, e l’impatto devastante sulle famiglie e sulla società nel suo complesso richiedono un impegno costante e rinnovato.
La risposta a questa emergenza deve essere multidimensionale e coinvolgere tutti i livelli della società: dalle istituzioni alle singole comunità, dal sistema educativo a quello giudiziario. Solo attraverso un cambiamento culturale profondo e un impegno concreto nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere potremo sperare di vedere una reale diminuzione di questi delitti.
La sfida per il futuro non è solo quella di ridurre il numero dei femminicidi, ma di creare una società in cui ogni donna possa vivere libera dalla paura della violenza, in cui l’uguaglianza di genere non sia solo un principio astratto ma una realtà concreta nella vita quotidiana di ognuno.
Quadro normativo attuale
Riferimento normativo: Circ. Amm.va 558/C/D. 3/2-1888/900(165) del 6/11/2003 del Ministero dell’Interno (atto programmatico).
Rilevazione: Numero dei delitti denunciati all’Autorità giudiziaria dalle Forze di Polizia (codice Programma Statistico Nazionale: INT-00062) – Titolare: Ministero dell’interno.
Rielaborazione: Delitti denunciati dalle Forze di Polizia all’Autorità giudiziaria (codice Programma Statistico Nazionale: IST-01002) – Titolare: Istat.
Bibliografia / Fonti
Russell, Diana E. H.; Radford, Jill (1992). Femicide: the politics of woman killing.
Lagarde, M. (2006). “Del femicidio al feminicidio”. Universidad Nacional de Colombia
EIGE (2024). “Gender-based violence: Femicide”. European Institute for Gender Equality.
https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Vittime-di-omicidio_Anno-2023.pdf
https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/statistics/Statistical_framework_femicide_2022.pdf
https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2025-02/report_omicidi_mensile_gennaio_2025.pdf
Matilde Paoli, https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/femminicidio-i-perch%C3%A9-di-una-parola/803

Davvero un’analisi interessante. Multidisciplinare e obiettiva. Ultimamente leggo e ascolto manifestazioni quasi da stadio per l’una o l’latra fazione. Contro pensiero comune o anti-pensiero comune. Come se un femminicidio non fosse una tragedia sociale, culturale e antropologica. Si tende a cadere nella trappola del singolo dato numerico. Touché!
Proprio in questi giorni mi sono imbatto a disquisire di ciò con alcuni colleghi, statistici e sociologi. In effetti al termine della discussione abbiamo convenuto che l’argomento è particolarmente ostico e di difficile standardizzazione. Parlare meramente di numeri e cifre non rende giustizia al complesso mondo che vi è dietro.
I miei complimenti sinceri.
Un pezzo ben fatto. In realtà in passato anch’io ero titubante a questa criminalizzazione dell’uomo maschio. Poi con il tempo frequentando per motivi di lavoro luoghi ricchi di persone con esperienze traumatiche sono stato costretto a rivedere la mie idee. Lavoro da anni in un reparto ospedaliero particolare e posso confermare che anche se fosse solo una donna in tutta Italia a subire violenza di genere sarebbe comunque un emergenza!
Vivissimi complimenti dottore. Un bel saggio in questo periodo storico particolarmente dominato da estremismi culturali, sia in un verso che nell’altro.