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Informazioni e Sicurezza: il ruolo delle Fonti Aperte PDF Print E-mail
Written by Fulvio D'Amico   
giovedì, 06 marzo 2008

Dal punto di vista dell'Intelligence, intesa come struttura che raccoglie e verifica le informazioni e produce analisi che vengono sottoposte al potere decisionale politico, volendo coglierne le caratteristiche organizzative e operative, non è sufficiente, per limitarci all'ultimo sessantennio, distinguere due periodi: quello della Guerra fredda e quello del dopo Guerra fredda.

Più funzionale e aderente alla realtà ci sembra un'altra periodizzazione, che distingue una intelligence pre-OSINT e una intelligence post-OSINT.
Nella prima, come è noto, la priorità dell'attività di intelligence era l'acquisizione di informazioni "protette" (prevalentemente di carattere militare e scientifico) da parte dei soggetti – sostanzialmente gli Stati – considerati ufficialmente "nemici", mentre l'analisi ricavabile dalle "fonti aperte" (prevalentemente stampa e radio) era di supporto o di stimolo, e comunque accessoria, anche se non deve essere dimenticata la gigantesca opera di lettura, ascolto e traduzione di fonti sovietiche, dell'Europa dell'Est e cinesi da parte dei Servizi americani e britannici, che hanno costituito la base per importanti analisi soprattutto sulle condizioni economiche e sociali dei Paesi oltre la "cortina di ferro" e la "cortina di bambù". Le fonti aperte, sia da parte dello schieramento occidentale sia da parte dello schieramento orientale, costituivano inoltre un campo di battaglia per le contrapposte campagne propagandistiche, fattore non trascurabile durante il confronto Est-Ovest: basti ricordare la lunga battaglia comunicazionale centrata sugli "euromissili".
Nella seconda, invece, le fonti aperte sono diventate il terreno quantitativamente principale per la raccolta di informazioni e la loro analisi, contemporaneamente alla moltiplicazione dei soggetti d'interesse – non solo gli Stati, ma anche gli organismi a-statuali come le organizzazioni terroristiche o criminali, quelli transnazionali come le grandi imprese economiche, gli enti internazionali specie se a carattere economico e finanziario – e alla rivoluzione nel mondo della comunicazione innescata dall'informatica di massa e dalla moltiplicazione dei centri di emissione delle informazioni, dai grandi network ai milioni di siti web, anche individuali, che danno vita ad una "info-realtà" parallela e senza confini. Quasi di colpo, una enorme quantità di informazioni di interesse, soprattutto economico-finanziario ma con evidenti implicazioni politiche e strategiche, si è abbattuta sulle strutture di intelligence, obbligandole ad estendere i loro campi di indagine, richiedendo nuove competenze o potenziando quelle esistenti, eventualmente aprendosi ad apporti di competenze esterne. Cerchiamo ora di esaminare brevemente le caratteristiche dei principali periodi.

L'Intelligence pre-OSINT

Il passaggio dall'una all'altra fase si è verificato, a grandi linee, nel decennio compreso tra la metà degli anni '70 e la metà degli anni '80 del secolo scorso, che ha preceduto di poco il principio della fine dell'epoca della Guerra fredda. Evento, questo, comunque collocabile in un arco di tempo che va dal marzo 1985 (insediamento di Mikail Gorbaciov al vertice dell'Unione Sovietica), al dicembre 1991, quando fu ufficialmente dissolta l'Urss, passando simbolicamente per il novembre 1989 quando fu "abbattuto" il Muro di Berlino.
Ma se si esamina il periodo che dalla fine della guerra, o più precisamente dal 12 marzo 1947 (discorso del Presidente americano ricordato come "Dottrina Truman"), viene considerato come "epoca della Guerra fredda", non si possono trascurare delle sotto-distinzioni quasi altrettanto importanti, anche prima di arrivare alla seconda metà degli anni '80. Due, soprattutto.
Il primo fu il lancio in orbita del primo satellite artificiale, da parte dell'Urss, nell'ottobre 1957, che pose termine alla cosiddetta santuarizzazione del territorio degli Stati Uniti e spostò sul binomio "missili intercontinentali/testate nucleari" la strategia militare, coinvolgendo in primo luogo l'intelligence militare e quella scientifica a sostegno di una corsa agli armamenti che, passando dalla crisi di Cuba del 1962, sfociò nei primi accordi per la limitazione delle armi strategiche (SALT-1 del 1972) contemporaneamente alla riammissione della Cina nel grande scacchiere politico e strategico. Fu questo il periodo d'oro dell'intelligence militare, e prevalenti risvolti politici, legata alla nascita e al consolidamento dell'Alleanza Atlantica e del Patto di Varsavia con l'Europa (soprattutto occidentale) come terreno privilegiato di confronto.
Il secondo fu la guerra del Vietnam, che all'intelligence militare maturata durante il secondo conflitto mondiale si affiancò in modo crescente un'intelligence che doveva occuparsi di un nuovo tipo di guerra e del ruolo dell'opinione pubblica, non solo dei Paesi coinvolti, ma anche di quelli terzi, "spettatori interessati". Per molti aspetti, la guerra del Vietnam (1964-1975) obbligò l'intelligence a diventare globale, cercando un'integrazione tra aspetti militari, di vecchio e nuovo tipo, aspetti psicologico-culturali e comunicazionali (dal ruolo della tv nei processi di formazione dell'opinione pubblica alla contestazione giovanile, prima anticipazione di globalismo), aspetti politici (destalinizzazione e riflessi sulle alleanze, non solo quella occidentale, con il ritiro della Francia dalla struttura militare integrata della Nato e poi con la Ostpolitk, ma anche quella orientale per la contemporanea emersione del contrasto cino-sovietico e i primi segnali di turbolenza nell'Europa orientale), aspetti economici (crescita impetuosa dei due principali "sconfitti" della II Guerra Mondiale, cioè Giappone e Germania Ovest; fine della convertibilità del dollaro in oro nell'agosto 1971 con avvio del regime dei cambi fluttuanti; a cui si devono aggiungere prima il processo di decolonizzazione, che di colpo moltiplicò il numero degli attori statuali con le loro divergenti politiche economiche, e poi la prima crisi energetico-petrolifera del 1973 con l'emersione del ruolo del terrorismo come conflitto "a bassa intensità" sponsorizzato da alcuni Stati).
Una serie di cambiamenti così densa non poteva non riflettersi sui compiti, prima ancora che sull'organizzazione e le specifiche competenze, dei diversi sistemi nazionali di intelligence. Non a caso, al termine di questa fase, intorno alla metà degli anni '70, in coincidenza con la fine della guerra del Vietnam, proprio negli Stati Uniti si aprì un ampio dibattito, avviato dalla pubblicazione dei "Documenti del Pentagono" da parte del New York Times, sul ruolo dell'intelligence con il seguito di Commissioni d'indagine del Congresso e ripercussioni su tutti i Servizi d'intelligence dell'Occidente. Ma mentre la comunità d'intelligence americana, per il periodo che va dalla metà degli anni '70 alla metà degli anni '80, trovò una risposta nello straordinario potenziamento della TECHINT rispetto alla HUMINT, i Servizi europei si confrontarono principalmente con il terrorismo interno (in modo particolarmente intenso in Italia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Francia, ma anche Regno Unito per l'attività dell'IRA e Spagna per l'attività dell'ETA) di cui in modo più o meno preciso si cercavano collegamenti sia con i protagonisti della realtà conflittuale del Medio Oriente sia con alcuni Servizi dei Paesi dell'Est europeo.
Entro certi limiti, in questo decennio che precedette la fine della Guerra fredda, si verificò una divergenza tra l'orientamento dell'intelligence americana, che non aveva minacce interne e tendeva a collocare il fenomeno nuovo del terrorismo internazionale nel quadro concettuale della Guerra fredda e in quello più specifico del conflitto islamo-israeliano, e l'intelligence dei Paesi dell'Europa occidentale, più direttamente confrontati con il terrorismo soprattutto endogeno, che presentava collegamenti meno evidenti con la realtà internazionale. Ma questo decennio fu caratterizzato anche dalla prima ondata di innovazioni tecnologiche nel campo dell'informatica e in quello collegato delle telecomunicazioni, che in breve tempo modificò sistemi di produzione industriale e commerciale, facendo inoltre espandere vertiginosamente il settore dei Servizi, ma soprattutto moltiplicò le fonti di informazioni a disposizione delle masse a causa della moltiplicazione dei soggetti in grado di fornire flussi informativi, e creando le condizioni per la globalizzazione economica a partire dai mercati finanziari.

L'Intelligence post-Osint

Se il crollo del Muro di Berlino, o più esattamente la sua apertura, può essere preso a evento simbolico della fine della Guerra fredda, un fatto concreto potrebbe forse meglio rappresentarlo dal punto di vista dell'intelligence. Mi riferisco all'uso del termine glasnost, utilizzato da Gorbaciov a partire dal 1986 in coincidenza con il disastro nucleare di Cernobyl (26 aprile 1986). Il termine significa "pubblicità" nel senso di rendere qualcosa di dominio pubblico e anche di discutere di qualcosa in modo trasparente. La decisione del premier sovietico di rendere noto al mondo l'avvenuto disastro, invece di mantenerlo segreto, rappresentò una svolta nella storia dell'intelligence. In realtà Gorbaciov aveva introdotto il concetto, insieme a quello di peretrojka (riorganizzazione) nel febbraio precedente, durante il 27° Congresso del Pcus. Di fatto, gli dette applicazione appena due mesi dopo. Se fosse rimasta la logica dell'epoca precedente, i Servizi occidentali avrebbero dovuto mettere insieme diversi indizi e diverse informazioni per raggiungere la certezza che un evento catastrofico era avvenuto nell'Urss.
Tuttavia il Presidente americano Ronald Reagan aveva preceduto il leader sovietico su questa strada quando il 23 marzo 1983 annunziò che gli Stati Uniti avrebbero realizzato un programma di difesa antimissile denominato SDI (Strategic Defense Initiative) che avrebbe ri-santuarizzato il territorio americano. In altri tempi, un progetto del genere sarebbe stato custodito nel massimo segreto.
I negoziati che portarono, l'8 dicembre 1987, alla firma del Trattato per la distruzione dei missili intermedi consentì a Usa e Urss di verificare che i rispettivi sistemi di intelligence (militare) avevano saputo monitorarsi, nel corso dei decenni precedenti, con un notevole grado di approssimazione alla realtà. Ma se questo era, per le due principali comunità di intelligence del mondo, un motivo di soddisfazione, l'incipiente ratifica della fine della Guerra fredda provocò una serie di domande allarmate sulle conseguenze della fine del "nemico". In quali direzioni, con quali competenze e con quali nuove motivazioni, i Servizi d'intelligence si sarebbero rivolti?
Chi ha seguito la letteratura tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 non ha difficoltà a ricordare i discorsi, i saggi, ma anche le provocazioni (del tipo: "Adesso i Servizi segreti non servono più; aboliamoli"; oppure: "Privatizziamo l'Intelligence") che circolavano. Si ricorderà anche il tentativo di convogliare le capacità acquisite dall'intelligence nel campo economico, dove non c'è più il "nemico", ma tutti sono "concorrenti", grazie anche alla pubblicazione di alcuni libri che ricostruivano clamorosi casi di spionaggio economici tra Paesi amici ed alleati.
Ovviamente, un'intelligence eco-nomica non più limitata al concetto di sicurezza nazionale (e quindi mirata prevalentemente sul controllo delle tecnologie "dual use" o sul mercato illegale delle armi) ma estesa a quello di interesse nazionale, e quindi all'interesse delle grandi imprese nazionali o multinazionali, inclusivo del ruolo dei mercati finanziari globalizzati, estendeva teoricamente all'infinito il campo di applicazione, ma creava un conflitto, almeno potenziale, tra le valutazioni e le priorità dei soggetti pubblici e quelle dei soggetti privati, con quest'ultimi sempre più attivi, e con mezzi incomparabilmente superiori a quelli forniti dai bilanci pubblici, in quello che cominciò a definirsi il "mercato delle informazioni".
La dissoluzione dell'Urss – ci fu chi criticò l'intelligence per non averla prevista – fece emergere alcune minacce, alle quali l'intelligence avrebbe dovuto fare fronte: la diaspora degli scienziati nucleari sovietici, il trafugamento di armi nucleari da depositi sempre peggio custoditi. In realtà queste minacce si sono poi rivelate meno gravi del previsto e sono state successivamente incanalate nel monitoraggio dei gruppi terroristici. Una certa ripresa del ruolo dell'intelligence si ebbe con la prima Guerra del Golfo, ma lo shock avvenne con l'11 settembre.

Lo shock dell'11 settembre

Naturalmente non ci interessa la letteratura, più o meno fantasiosa, sbocciata intorno agli attentati dell'11 settembre 2001, che ha per obiettivo la delegittimazione dei Servizi d'Intelligence. Stando ai fatti e alle decisioni seguite a quell'evento, se da un lato l'intelligence è stata accusata di avere fallito non avendo saputo né prevederlo né sventarlo, dall'altro lato è stato accettato da tutti che la lunga guerra che con esso si apriva contro il terrorismo transnazionale e non-territoriale si sarebbe potuta vincere ripensando e potenziando le strutture d'intelligence.
Proprio perché il nuovo "nemico" (di tutti) aveva compiuto un'operazione di intelligence, materiale e simbolica al tempo stesso, e, non potendosi identificare con un soggetto tradizionale (statale), poneva nuove sfide sul piano operativo del contrasto.
Contro un nemico che vive nel cyberspazio – Osama bin Laden e la sua al-Qaeda vivono principalmente attraverso le immagini trasmesse da Al-Jazeera – e che rovescia il rapporto tra TECHINT e HUMINT a favore di quest'ultima ricorrendo alle sue tecniche più semplici (che diventano le più sofisticate), l'intelligence che si era perfezionata nell'uso delle risorse tecnologiche si è trovata in difficoltà. Per gli Stati Uniti, in particolare, la violazione del loro santuario ha avuto un effetto scioccante che ha portato a una riorganizzazione della Comunità d'intelligence centrata sul principio della stretta cooperazione per quanto riguarda lo scambio di informazioni e il controllo del maggior numero possibile di soggetti nazionali e non. Aspetto, quest'ultimo, che ha sollevato parecchie obiezioni.
La risposta di tipo militare, in Afghanistan e in Iraq, ha messo in evidenza i limiti di un'intelligence che aveva ridotto il ruolo della HUMINT, sebbene sul piano operativo la cattura di Saddam Hussein e praticamente di tutti i leader del suo regime, oltre all'identificazione dei responsabili dell'11 settembre, abbiano dimostrato che le capacità investigative dell'intelligence americana restino sempre molto elevate. Ma il collegamento tra queste capacità e quelle più politiche di incidere sui gruppi dirigenti e sull'opinione pubblica di questi due Paesi è risultato finora piuttosto scarso. Viceversa non si sono più avuti attentati in territorio americano, nonostante le minacce di bin Laden: e questo è sicuramente un risultato del potenziamento dell'azione preventiva della comunità d'intelligence degli Usa.
Tuttavia, nonostante il sostegno dell'opinione pubblica alla guerra contro il terrorismo da condurre prevalentemente con i mezzi dell'intelligence, questa è stata accusata di essere stata strumentalizzata, o di essere stata compiacente, nelle valutazioni fornite sull'arsenale di armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein che hanno giustificato l'intervento militare.
Accusa pesante perché mette in dubbio la credibilità della struttura.
Recentemente (3 dicembre 2007), la divulgazione di una valutazione dell'intelligence americana, secondo la quale l'Iran aveva sospeso da almeno tre anni il proprio programma nucleare a fini militari, ha di nuovo scosso l'opinione pubblica perché il rapporto seguiva di poco un reiterato allarme del Presidente George W. Bush sulle intenzioni del regime iraniano di dotarsi di un arsenale nucleare, paventando, lo scorso ottobre, il rischio di un terzo conflitto mondiale. È chiaro che l'intelligence americana ha deciso di non avallare un eventuale blitz contro gli impianti nucleari dell'Iran e sorprende che il Presidente Bush abbia detto, il giorno dopo, che i suoi sospetti non sono venuti meno sebbene, come ha scritto il Washington Post, egli fosse al corrente da almeno uno o due mesi del contenuto di questo rapporto. Ovviamente potrebbe trattarsi del tassello di un'operazione diplomatica di vasto respiro che, offrendo all'Iran una via d'uscita onorevole (decisione autonoma di rinunzia al nucleare a scopi militari anziché imposta dall'esterno), gli consentirebbe di svolgere un ruolo stabilizzatore nella regione, a partire dall'Iraq.
Non è di questi possibili sviluppi che vogliamo parlare, ma considerare questo caso come un esempio di coordinamento tra direzione politica e intelligence nell'ambito di quella che negli Usa viene definita "Great Strategy" o "strategia globale". Sembra infatti azzardato ipotizzare il contrario, e cioè uno scollamento tra potere politico e intelligence, soprattutto dopo la grande riforma del dicembre 2004.

Non solo terrorismo

Il mondo dell'intelligence è così strettamente collegato al complesso dei cambiamenti di tipo politico, economico, militare, scientifico e culturale che esso stesso ne risente in modo diretto con conseguenze di tipo organizzativo ed operativo. Non meraviglia, quindi, che la sfida lanciata dal terrorismo abbia giustificato in diversi casi una riorganizzazione dei Servizi d'intelligence, a partire da quello degli Stati Uniti. Ma sarebbe sbagliato credere che l'attività predominante dell'intelligence possa o debba essere indirizzata nella lotta (preventiva) contro il terrorismo.
L'Intelligence, intesa come struttura istituzionale, non solo si adatta ai continui cambiamenti di ordine sociale, economico, culturale, scientifico, strategico che avvengono all'interno di uno Stato e nei contesti internazionali di suo prevalente interesse, allo scopo di fornire a determinati organi e/o enti un flusso di quadri informativi necessari al processo decisionale, ma deve proiettarsi nel futuro con valutazioni previsionali proprio perché qualsiasi decisione, nel momento stesso in cui viene presa, riguarda sempre il futuro.
Ne segue che l'intelligence, intesa come "industria di trasformazione" di quella particolare materia prima che è l'informazione, si muove in una dimensione cronotopica. Cioè da un lato opera nella dimensione-spazio, poiché gli eventi di cui si occupa si svolgono sempre in un territorio (da qui, in particolare, le suddivisioni organizzative per competenze territoriali) e, dall'altro lato, opera nella dimensione-tempo nella sua triplice articolazione: del passato (individuando con precisione e ricostruendo le radici dei fatti e dei fenomeni che spesso vanno in profondità), del presente (attraverso la raccolta sistematica delle informazioni che "fotografano" una data realtà) e del futuro (con il passaggio dall'informazione all'analisi indirizzi normativi che vengono inviati alla sua struttura dal potere politico da cui essa dipende, e che consistono in una serie di priorità indicate sulle quali deve essere organizzata l'attività operativa; la seconda è costituita dalle evidenze oggettive che emergono da quella stessa attività e che devono essere portate a conoscenza del potere politico allo scopo di arricchire il più possibile il quadro informativo su cui questo stesso costruisce le proprie decisioni.
Queste due forze, che si dispongono secondo il principio dinamico del parallelogramma, raggiungono la combinazione ottimale allorché si equilibrano e la risultante coincide con la diagonale di un quadrato. Questo accade, con limitate oscillazioni, nei regimi democratici. Nei regimi dispotici o totalitari, invece, si assiste alla preponderanza sistematica di una delle due forze con il risultato della creazione di uno squilibrio: nel caso in cui a prevalere sia la direttiva politica, l'intelligence tende a trasformarsi in uno strumento al servizio del potere, fornendogli una rappresentazione della realtà secondo i suoi desideri; nel caso in cui a prevalere sia la struttura d'intelligence, questa condiziona il potere politico fornendogli un'immagine distorta della realtà.
Benché l'11 settembre abbia avuto un forte impatto sul mondo dell'intelligence, ben altri cambiamenti sono maturati a livello mondiale negli ultimi anni. Nello specifico gli Stati, intesi come apparato di governo, quindi come supremi decisori in un determinato ambito giurisdizionale definito territorialmente, hanno perso la supremazia, e in qualche caso l'esclusività, nella raccolta/analisi/distribuzione delle informazioni. I "ministeri", nella loro fisicità architettonica, rappresentavano le "banche di dati" che, suddivise per competenze, costituivano il sistema attraverso cui lo Stato aveva piena "conoscenza" della realtà e su questa costruiva le proprie decisioni. Gli altri soggetti, pubblici e privati, si trovavano in una posizione di oggettiva inferiorità.
La situazione è cambiata. Organismi internazionali, banche e grandi imprese nazionali e transnazionali, organizzazioni sociali, think tank, enti di ricerca, network mediatici e via via fino agli istituti di sondaggi costituiscono una fitta rete di soggetti che raccolgono, analizzano e diffondono informazioni, fornendo rappresentazioni concorrenti della realtà. La prevalenza dell'una o dell'altra rappresentazione influenza l'opinione pubblica globale e condiziona le scelte degli Stati. In altre parole, l'intelligence ufficiale degli Stati deve fronteggiare la concorrenza di altri soggetti, soprattutto privati, che con le loro informazioni diffuse attraverso una miriade di canali influenzano i comportamenti individuali e pubblici. Senza contare che i soggetti privati possono disporre di risorse umane, finanziarie e tecnologiche spesso superiori a quelle che consentono i bilanci degli Stati per le loro strutture di Intelligence. E, soprattutto, senza trascurare il fatto che i flussi di informazione viaggiano attraverso canali sempre più difficilmente controllabili. Per quanti limiti si vogliano imporre a Internet, questi sono battaglie di retroguardia: le informazioni non devono più mostrare il passaporto alle guardie di frontiera.

Il ruolo dell'analisi

La moltiplicazione dei campi d'interesse per la raccolta delle informazioni, la moltiplicazione dei diffusori di informazioni, la natura spesso bivalente – nazionale e internazionale, cioè interna ed esterna dal punto di vista territoriale – delle attività dei diversi soggetti tende a modificare non solo, come si è visto, il rapporto tra fonti di informazione aperte e fonti di informazione protette, ma anche il rapporto tra attività di ricerca delle informazioni e attività di analisi.
Le "stazioni" dell'intelligence sul territorio, interno o estero, sarebbero necessarie in un numero così elevato da essere incompatibili con qualsiasi bilancio. Ne segue che la raccolta di informazioni "in loco", attraverso stazioni che, come dice la parole, sono inevitabilmente statiche, si riduce percentualmente rispetto alla raccolta che può essere fatta "at home", grazie al lavoro di una équipe di specialisti che sanno dove e che cosa cercare nel cyberspazio.
La struttura centrale dell'intelligence cambia ruolo: non più solo direttive operative e vaglio delle informazioni che provengono da singoli territori, ma analisi globale che si traduce in input mirati con specifiche operazioni sul territorio ed eventuale concentrazione delle risorse in luoghi variabili nello spazio e nel tempo. All'impostazione statica, ricettiva, si sostituisce una impostazione dinamica e propulsiva.
Questo campo operativo meriterebbe un discorso più approfondito. Mi limito a un solo aspetto: la figura dell'analista, perché anche questa cambia. L'immagine dell'analista solitario, padrone geloso di un certo numero di fonti, che con i suoi strumenti concettuali elabora un'analisi, talvolta geniale, è superata. Oggi possiamo pensare solo a "gruppi di analisi" che lavorano in équipe sulle stesse fonti e danno una interpretazione specialistica che va a confluire in un'analisi organica. Perché di ogni evento, tradotto in informazione, bisogna esaminare gli aspetti militari, economici, socio-culturali, scientifici, e di prospettiva. L'integrazione della previsione nell'analisi offre quel dinamismo che è diventato essenziale all'intelligence.
La recente legge di riforma dell'Intelligence italiana, pur conservando la divisione per competenza territoriale tra AISI e AISE, ha posto le basi per una concezione dinamica dell'attività di intelligence, non solo potenziando il DIS e imponendo il coordinamento e lo scambio di informazioni tra le Agenzie, ma (Art. 4, 3, c) allarga istituzionalmente il campo della ricerca delle informazioni e lo rende funzionale alle analisi e alle previsioni. Recita infatti questo articolo che il DIS "raccoglie le informazioni, le analisi e i rapporti provenienti dai servizi di informazione per la sicurezza, dalle Forze armate e di polizia, dalle amministrazioni dello Stato e da enti di ricerca anche privati;… elabora analisi strategiche o relative a particolari situazioni; fornisce valutazioni e previsioni, sulla scorta dei contributi analitici settoriali dell'AISE e dell'AISI".
Ci sono, dunque, le premesse per un'intelligence cronotopica di cui abbiamo parlato ma che, come sempre, deve camminare con le gambe degli uomini. Per cui la formazione rivestirà un ruolo decisivo nel dare piena attuazione al disegno di intelligence tracciato dalla legge.

Alessandro Corneli

Tratto da www.sisde.it

 
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